Pubblichiamo il toccante monologo recitato dal nostro Direttore emerito, prof. Claudio Contento, nel corso di “15”, lo spettacolo conclusivo del Progetto “Terræ Motus” (Auditorium “G. Spezzaferri”, 28 aprile 2026).
Mi chiamo Claudio, sono nato in Puglia, vicino al mare e sono figlio di agricoltori.
C’è un’espressione che usavano i miei vecchi, quando parlavano della terra. Dicevano che la terra «ha le orecchie». Che ti ascolta, che sente come la calpesti. Io sono cresciuto lì, tra gli ulivi che sembrano sculture tormentate e quel sole che non ti regala niente, figlio di gente che ha passato la vita a negoziare con le stagioni.
Poi la vita mi ha portato qui, tra le nebbie e i capannoni della Brianza, dove tutto corre, tutto produce, tutto deve servire a qualcosa.
E a un certo punto, in questo correre, ho rischiato di dimenticare chi sono. Ho assunto un ruolo, quello di insegnante. Mi hanno dato un modulo, un programma, un obiettivo. Ma io, dentro queste vesti da ‘prof’, mi sento ancora quel ragazzo che correva nei campi, quel figlio che guardava le mani di suo padre e ne leggeva la fatica. Mi chiedo spesso se in questa società io sia solo un ingranaggio utile o se sia rimasto un uomo capace di sentire.
Oggi sono un marito, spero degno, sono un amico per tanti o pochi, ma soprattutto sono il padre di un bimbo di quattro anni. E quando lo guardo, sento un corto circuito tra le mie radici e il suo futuro. Lo vedo correre, giocare, e in quel momento non vedo solo un bambino: vedo il futuro che mi cammina accanto. La sera, quando mi prende la mano per andare a dormire, le sue dita sono piccole, calde. Il Pianeta smette di essere un concetto astratto da conferenza internazionale e diventa quel millimetro di pelle che tocco. E provo dolcezza e inquietudine al tempo stesso, sento la preoccupazione per il mondo che gli sto lasciando.
Oggi qui stiamo parlando di Agenda 2030, di Goal 15, di ‘biodiversità’… parole grandi, che suonano quasi fredde. Ma per me, la vita sulla terra è il diritto di mio figlio di sporcarsi le mani come facevo io, senza aver paura che quella terra sia malata.
Ho scelto di promuovere questo progetto non per insegnare qualcosa ai miei studenti, ma per imparare di nuovo io stesso. Per smettere di essere quello che ‘serve’ e tornare a essere quello che ‘ama’. Perché proteggere un bosco o un ecosistema, così come donare un abbraccio sincero, vero, non è un esercizio di stile: è un atto di resistenza per non far morire la nostra parte più umana.
Non siamo qui per salvare il pianeta. Siamo qui per salvare noi stessi, per restare ragazzi, per non permettere al cinismo di asfaltarci il cuore. C’è una speranza, sapete? Non è nelle leggi, ma in questo arpeggio, nel modo in cui guardiamo un germoglio che spacca il cemento.
Mio figlio non ha bisogno di un insegnante perfetto, ha bisogno di un padre che creda ancora che il mondo possa essere un giardino.
Mi chiamo Claudio, sono un papà e faccio l’insegnante. Pesante, vero? A volte, ma è soprattutto, per mio figlio e per i miei studenti il privilegio di coniugare dovere e responsabilità: il dovere di dire la verità su un mondo ferito e la responsabilità di donare la parte più autentica di me, senza spegnere la luce nei miei e nei loro occhi.
